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STORIA DEL CARNEVALE A CANTÙ

A Cantù si festeggia il Carnevale Ambrosiano, quello della Diocesi di Milano, che continua anche quando secondo il Rito Romano è ormai Quaresima.
Per capire il perché di questo stato di cose, bisogna risalire al tempo in cui S. Ambrogio era Vescovo di Milano: da Roma era arrivata una circolare, secondo la quale la Quaresima doveva durare 40 giorni; se in questi si comprendevano le domeniche si poteva allungare il Carnevale di cinque giorni (tanti quante sono le domeniche del periodo di Quaresima), se si escludevano, il Carnevale doveva essere accorciato di altrettanti giorni.
S. Ambrogio incluse le domeniche, allungando così di cinque giorni il periodo carnevalesco.
Nel 1574 S. Carlo Borromeo convinse i fedeli a rinunciare ad un giorno del loro Carnevale, in modo da farlo finire alla mezzanotte del sabato e non più della domenica.
E’ così che ancora oggi sono quattro i giorni in più del Carnevale Ambrosiano rispetto a quello Romano.
Forse per questo, per recuperare quel giorno di Carnevale fatto perdere da S. Carlo, in molte località della Brianza fino a non molti anni fa, si usava organizzare veglie e feste a metà della Quaresima, ed erano chiamate “Carnevale di mezza Quaresima”.
A Cantù il Carnevale ha una lunghissima tradizione, risale addirittura all’inizio del XX secolo, quando la gente viveva in povertà, con pochi mezzi, ma aveva la capacità di divertirsi in maniera semplice.
Questa festa era un momento importante perché c’erano poche occasioni di svago e si sentiva l’esigenza di un po’ di sollievo che si trovava nel prendersi in giro a vicenda. C’era bisogno di uno sfogo e di un po’ di evasione da una vita dura di lavoro.
In questo periodo speciale le regole venivano capovolte, si voleva trasgredire; ci si scambiava i ruoli: gli uomini si travestivano da donne e viceversa con abiti vecchi e smessi, i ricchi si vestivano da poveri, i brutti da belli, ecc.
Il Carnevale di Cantù è ancora oggi tra i più solidi e partecipati della provincia, per cui vi giungono maschere e spettatori anche dal milanese e dalla Svizzera, oltre che dai comuni limitrofi.
La tradizione del Carnevale a Cantù è da circa 30 anni che viene riproposta, puntualmente, con una sfilata di maschere e carri allegorici.
Nell’ultimo sabato di Carnevale le vie del centro cittadino sono invase da un’infinità di colori, musiche e balli e da moltissimi curiosi. E’ un momento di “follie” collettive, ma anche l’occasione per dare sfogo a competizioni tra i diversi rioni cittadini.
L’edizione “moderna” della manifestazione è caratterizzata da un grande impegno di gruppi, associazioni e parrocchie.
La preparazione dei carri richiede un lungo lavoro, che necessita anche di competenze diverse, ma soprattutto di assoluta segretezza per non rovinare la sorpresa del debutto e non favorire la concorrenza. E’ in questo clima che viene ideato, progettato, eseguito, assemblato e collaudato un carro. E’ nel segreto di un capannone che un intruglio di carta e colla diventa con il sostegno di un po’ di legno e di ferro, un’opera dell’ingegno e della fantasia pronta a regalare un miracolo di colori e ad eseguire una serie di sberleffi nei confronti della politica, degli affari e delle falsità della convivenza civile.
Il Carnevale di Cantù deve la sua notorietà alle monumentali realizzazioni dei gruppi “storici” di Sant’Antonio oggi la Maschera, di Fecchio, del Lisandrin, dei Firlinfeu, ecc., ma anche alle presenze prestigiose di carri e di gruppi provenienti da altri carnevali famosi.
Questa festa non si esauriva, però, in un’unica manifestazione. Numerosissime erano le iniziative che si susseguivano in città durante la settimana che precedeva il “sabato grasso”. Si trattava di iniziative per i bambini, di rappresentazioni teatrali, di concerti e veglioni, per persone di tutte le età.
Ora però, il Carnevale non è più vissuto in prima persona, si assiste a questo spettacolo delegando agli altri, a coloro che si sono adoperati per costruire carri e mascheroni, il compito di organizzare e condurre la festa.
Non esistono documenti che stabiliscano con certezza la data di inizio del Carnevale canturino. Pare che la memoria orale lo faccia risalire all’inizio del ‘900 quando già questa ricorrenza veniva festeggiata con sfilate di carri, mascherate e balli.
VERSO GLI ANNI VENTI i dipendenti della ditta Paleari, una fabbrica di falegnameria che si trovava in via Fossano, dove ora c’è il palazzo del CEM (Consorzio Esposizione Mobili), costruirono un lungo treno che forse rappresenta il primo esempio di carro carnevalesco.
In quel tempo i festeggiamenti duravano un’intera settimana; tutte le sere si svolgevano sfilate di maschere e di gente in costume che si snodavano da Pianella (allora largo Cavallotti), percorrevano via Dante, piazza Garibaldi e via Matteotti (allora via Vittorio Emanuele), raggiungendo largo XX settembre, per poi tornare in Pianella.
Ci si fermava all’altezza del municipio, poiché la zona verso piazza San Rocco era già ritenuta periferia.
E’ importante sottolineare che le sfilate si svolgevano sempre di sera. Cantù, allora, era una città di artigiani mobilieri che non potevano permettersi di perdere tempo prezioso che doveva essere invece dedicato al lavoro. Addirittura c’era chi lasciava accesa la luce della bottega per far credere di essere ancora al lavoro, per evitare di essere giudicato male, un po’ “perditempo”.
Carnevale era la festa della trasgressione ed in questa occasione si poteva uscire di sera (cosa normalmente poco conveniente), fare il verso a qualche personaggio famoso o anche a qualche vicino di casa, senza il timore di essere riconosciuti e quindi perseguiti.
Anche alle donne, in via eccezionale, veniva consentito di uscire di sera, addirittura di incontrarsi con l’altro sesso.
Durante la settimana, il giovedì era dedicato ad un tema fisso: quello degli sposi. Ragazzi e persone adulte dovevano recitare la parte di una coppia. Gli uomini si vestivano da donne e viceversa (naturalmente sempre con il viso coperto per non farsi riconoscere), giravano per le vie della città cercando di farsi ammirare o facendo il verso a qualcuno.
Il divertimento maggiore lo si aveva quando non si riusciva a capire chi c’era sotto la maschera, ma era molto evidente a chi era indirizzato lo scherzo.
Il venerdì era definito il “Carnevale dei Magnan”, cioè degli stagnini, coloro che rivestivano di stagno delle pentole di rame. La faccia delle persone veniva spalmata di fuliggine, per renderla il più possibile nera, e ci si vestiva in maniera strana, con abiti stracciati e il più possibile consumati. Così aggregati si girava per le vie di Cantù cercando di fare il più possibile rumore usando pentole, coperchi e barattoli di latta, con lo scopo di spaventare le ragazze minacciando di sporcarle con le mani sporche di fuliggine.
Per spostarsi lungo le vie, i “Magnan” utilizzavano dei carri e trascinavano pentole; trasportavano sempre anche un fuoco acceso, pronto per cucinarvi sopra la polenta dentro ad un paiolo.
Tutte le scorribande confluivano e si concludevano in piazza Garibaldi con una scorpacciata di polenta e salamini.
La festa, soprattutto del giovedì e del venerdì sera, non si svolgeva solo nel centro della città ma anche nelle frazioni e nelle cascine.
Nella serata conclusiva, il sabato sera, la festa diventava una “veglia danzante” che si svolgeva presso il COC (Circolo Operaio Canturino), che era l’unico locale allora esistente in grado di ospitare un’orchestra, una pista da ballo e un bar con tavolini. Il COC si trovava in piazza Parini, dove attualmente c’è l’edificio della posta centrale.
Di fronte al COC, si trovavano le scuole dove si svolgeva una veglia più popolare al suono delle bande cittadine Brianzola e Ranscètt.
Sempre il sabato, il momento più importante era la sfilata dei carri e dei gruppi mascherati che lanciavano “i binisit”. Tutti si ritrovavano in piazza Garibaldi dove venivano allietati da un’orchestrina o da una banda.
NEGLI ANNI TRENTA durante il sabato grasso sfilavano per le vie centrali i carri costruiti dagli operai: del Paleari, della VCS, del Vergani, dei Fregamuson.
Le macchiette storiche di quel tempo furono: ul Ricu del punt; ul Carletu Merun pizzat; ul Scalzini; ul Tano Bossi; ul Luiss del Boucc; il gruppo della Listroca.
Tutto finiva in grandi veglioni al teatro del dopo lavoro e nella palestra delle scuole; i più famosi erano il veglione della Cudiga, il veglione del Ranscètt, la veglia dei Vigili del Fuoco, la veglia della pallacanestro.
CON L’AVVENTO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE e l’aggravarsi dei problemi che la gente doveva affrontare per la sua stessa sopravvivenza, la tradizione del Carnevale è andata scomparendo; non c’era più la voglia di sorridere e neanche di ironizzare sulle proprie disgrazie. Passarono lunghi anni di silenzio e bisognerà aspettare il 1948 per veder rinascere la voglia di fare festa, di riprendersi la vita, di riscoprire la satira e la presa in giro bonaria, quando ad un gruppo di giovani, frequentatori della pasticceria Villa in Pianella, venne l’idea di riprendere l’usanza di festeggiare la settimana grassa: costruirono un biscione lungo 15 metri, che veniva trascinato da 14 giovani sotto nascosti.
Lo guidavano ul Tano Bossi e Puzin. Fu un successo, un divertimento, tanto che da quel giorno a Cantù si risvegliò il Carnevale.
Tanti si cimentarono nella gara a chi costruiva il più bel carro.
A questo punto si rinnova la tradizione delle sfilate dei carri di cui si occupa ogni anno un’ associazione diversa: l’AVIS, la LEVISSIMA, la PRO CANTU’.
Nell’anno 1949, il rione di piazza Garibaldi presenta il gruppo mascherato “LA CARROZZA” che si propone su una carrozza e con abiti autentici del primo ‘800, prese in prestito dalle collezioni originali del Castello di Carimate. Il tutto è reso possibile dalla passione e dalla competenza del futuro professor Peppino Molteni. I componenti del gruppo sono: capo stalliere CARLO BUZZONI, cocchieri LINO MOLTENI e RENZO MERONI, passeggeri PEPPINO MOLTENI, GIUSEPPE BUSNELLI e delle signorine, palafregneri ALBERTO MOLTENI e EMILIO PAGANI. Conquistarono il primo premio.
Nel 1950, la vittoria dell’anno precedente spinge il gruppo del rione di piazza Garibaldi, sempre guidato da Peppino Molteni, a proporre di nuovo un gruppo mascherato, vestito da abiti originali dell’800, prelevati ancora dalla raccolta appartenente al Castello di Carimate. Si notano infatti i ricchi abiti delle signore (una di esse è ROSANNA BICEGO), gli abiti adatti alla caccia della volpe (LINO E ALBERTO MOLTENI), del valletto (CARLO BUZZONI), dell’armigero con alabarda e corazza originale (EMILIO PAGANI), i nobili tutti pizzi, calzettoni bianchi, cilindri e alti colletti inamidati (PEPPINO MOLTENI e RENZO MERONI).
Tra i partecipanti è ben presente la famiglia Molteni, per lungo tempo (fino al 2000) esercitante l’arte della salumeria e della gastronomia in piazza Garibaldi; era la famiglia del “VIRGINII PUSTEE”. Infatti il padre, Virginio Molteni, non solo era un appassionato cultore di tradizioni canturine, ma fungeva da vero sostenitore, fornendo durante i lavori di preparazione dei gruppi o dei carri il necessario sostentamento sotto forma di panini, cotechini, prosciutto, formaggini vari e… birra o un poco di buon vino.
Il gruppo si denominò “I NOBILI” e ancora vinse il primo premio dei gruppi mascherati.
I due successi degli anni precedenti e la rivalità fra i vari rioni, la passione e l’entusiasmo, che era nell’animo di tutti, spinsero il rione di piazza a preparare per il Carnevale dell’anno 1951 un carro, passando alla categoria superiore: dai gruppi mascherati a quello dei carri, più impegnativo e costoso.
Peppino Molteni con l’aiuto di Carlo Buzzoni creò allora un vero sodalizio artistico-tecnico.
Il carro nacque sotto la direzione tecnica del futuro ing. BUSNELLI, con l’aiuto artistico, per quanto riguarda le decorazioni ed i particolari, di Emilio Pagani, studente in architettura. Le decorazioni pittoriche furono affidate a BEDON, uno dei pittori canturini in auge a quel tempo.
I costumi, alcuni dei quali in vera seta decorati a mano dagli artigiani laccatori e decoratori di mobili stile veneziano, vennero realizzati dalle ragazze del gruppo con l’aiuto delle mamme e nonne esperte nell’arte del ricamo. Pezzi autentici dell’artigianato cinese furono scovati nelle raccolte e collezioni di amici e, per completare l’opera, PIERO CORBETTA (che già iniziava la sua carriera artistica di attore presentatore) fu incaricato del trucco e della messa in scena del gruppo. Per le decorazioni floreali ci si affidò ad ELMINA CONTI (o meglio al padre con un negozio tuttora esistente in via Ariberto).
Il grosso lavoro di gruppo, fatto con entusiasmo, passione e sacrificio, portò alla realizzazione del carro “IL GIARDINO GIAPPONESE”.
La sfilata dei carri avvenne il giorno 11 febbraio 1951, naturalmente sabato, e nei giorni precedenti ci fu anche una leggera nevicata.
I carri sfilarono per il centro di Cantù e le fotografie testimoniano come sia il carro che i costumi dei partecipanti, in special modo delle ragazze, fossero veramente accurati e studiati nei minimi particolari. I ricordi suscitati dall’esame delle foto sono sempre vivi, forti, e rinnovano emozioni e sentimenti di un tempo semplice, ma vissuto con vera voglia di un divertimento collettivo, fatto con semplicità ed impegno, nella ricerca di una trasgressione per quei tempi già straordinariamente forte.
Fra l’altro il gruppo fra la rappresentanza femminile annoverava ragazze veramente carine (con età massima 19-20 anni) di famiglie ben note nel rione. Sul retro della foto ufficiale, a cura della sig.ra ANGELA AGNELLI GRAMMATICA è scritto l’elenco dei personaggi costituenti il gruppo, molti dei quali ancora presenti e noti nella vita cittadina.
Nelle fotografie esistenti si possono benissimo osservare i particolari del carro, dei singoli partecipanti e delle coppie costituite. Da ammirare sono i minimi dettagli (ad esempio le ragazze e i loro accompagnatori calzavano i caratteristici zoccoli giapponesi, all’ uopo realizzati dagli artigiani-intagliatori canturini). I cappelli, i calzoni, le giacche con i classici risvolti erano la perfetta copia dei costumi giapponesi, realizzati in seta vivacemente colorata. Tutto l’abbigliamento, naturalmente, per esigenze sceniche, era molto leggero e stante la rigida temperatura (era nevicato pochi giorni prima) obbligò i ragazzi, i bimbi e le signorine ad abbondanti rivestimenti intimi di lana coperti dai bellissimi costumi. Naturalmente la rigida temperatura fu anche affrontata con sostanziose…sorsate di vin brulé preparato dall’esperto “VIRGINII PUSTEE”.
Il carro trainato da una coppia di bianchi buoi (provenienti da una cascina di Albese) sfilò maestoso e applauditissimo fra le vie.
Un controverso verdetto, duramente contestato dagli spettatori e dai partecipanti, assegnò (e a lungo si parlò di presunti favoritismi e di invidie) al bellissimo carro il secondo premio, insieme ad un premio speciale per la realizzazione dei costumi e per la loro fedele riproduzione rispetto all’ambiente che ispirò il tema del carro.
Come il solito, la sera del sabato ci fu una festa in casa Molteni per festeggiare (prima della Quaresima)…il secondo premio e furono gettate le basi di una fiera e decisa rivincita per il futuro Carnevale del 1952.
Questo era il clima del VERO CARNEVALE CANTURINO! Passione e partecipazione da parte di tutti i cittadini di ogni livello sociale e culturale; desiderio di un divertimento semplice legato alle tradizioni del proprio rione.
Nel 1952 l’AVIS con il dottor Mattucci, la Pro Cantù con il dottor Leoni, la Pallacanestro con ul Luis di Paul, organizzarono il corso mascherato a premi.
Ed ecco scendere in…piazza il rione PIANELLA con il carro “PAPAVERI E PAPERE” con chiaro riferimento alla canzone che ebbe un grosso successo e fu lanciata dal Festival di Sanremo.
Certamente questo fatto e la sua ispirazione popolare influenzò la giuria. Vi era una grossa differenza di accuratezza e precisione nell’esecuzione del tema e dei costumi, nonché del numero dei figuranti. Ma non bastò.
Una sottile ed accesa rivalità a lungo covata e non tanto nascosta tra i “SCIURI DE PIAZA” e “I UPERARI DE PIANELA”, così erano definiti gli organizzatori dei carri dei due maggiori rioni, certamente viziò il verdetto della giuria, che fu a lungo e rumorosamente contestato. E tale verdetto fu emesso dopo un lungo conciliabolo:
1° premio “PAPAVERI E PAPERE”
2° premio “IL CIGNO”
Comprensibile lo sconforto, le lunghe discussioni e i commenti del rione sconfitto, forse ingiustamente sconfitto, e per la verità si parlò anche di…tangenti a base di bevute e pranzi ai vari autorevoli componenti la giuria!
Nel 1953 la vittoria andò al carro “I CADETTI DI GUASCOGNA”.
Il rione Pianella con entusiasmo continua la sua partecipazione alle sfilate.
Nel 1954 presenta il carro “PALMIRA ALLA PESCA DELLE RANE”, con riferimento ad una nota canzone in voga e presentata al Festival di Sanremo, ma si dovette accontentare del secondo premio.
Subito fu preparata la riscossa; infatti, nel 1955 nel 1955 il carro “IL GATTO CON GLI STIVALI”, con la sua impeccabile costruzione, coreografia e il numero delle comparse, travolse ogni concorrenza.
Le testimonianze fotografiche documentano non solo la grande partecipazione di pubblico ma anche l’imponenza del carro, l’accuratezza dei particolari. Il suo sfilare per via Roma davanti al giardino pubblico, l’ingresso trionfale in piazza Garibaldi e la foto di rito al termine della sfilata con i tenaci realizzatori del carro, testimoniano senza ombra di dubbio il giusto verdetto: il primo premio!
L’entusiasmo e la passione continuarono anche nel 1956, quando fu progettato e costruito un carro dal sapore futurista dal titolo “LOLA ALL’INFERNO”.
In quel Carnevale la folla non fu numerosa; il freddo e la neve caduta pochi giorni prima condizionarono la sfilata.
Nel 1957 “PERICOLO UNO, LA DONNA” fu il carro a cui andò la vittoria e nel 1958 vinse “TORERO CHE PASSIONE”.
I finanziamenti per sostenere queste iniziative venivano raccolti di casa in casa e presso i commercianti.
L’idea della costruzione dei carri nasceva all’interno di alcuni quartieri: LISANDRIN, REVERZINA, PIAZZA GARIBALDI, RIONE TORCHIO, PIANELLA, QUATTRO STRADE, GALLIANO, BAZ che gareggiavano tra loro distinguendosi in qualche settore particolare. Era un lavoro piuttosto lungo che occupava addirittura dei mesi e che nasceva da un’idea che veniva prima realizzata sulla carta da un “maestro di disegno” e solo successivamente concretizzata dopo la definizione di ogni piccolo particolare.
Si lavorava sotto un portico, al freddo dell’inverno, sino a notte inoltrata (durante il giorno bisognava lavorare) ed era impegnato tutto il quartiere, ognuno con le sue competenze: falegnami, fabbri, collaboratori non specializzati che facevano da garzoni, donne che cucivano i costumi su misura. Il giorno della sfilata era un onore poter salire sul carro, opera delle proprie mani, ma c’era un rischio: poteva capitare di vedersi attribuito come soprannome il personaggio che ci si trovava ad interpretare.
Durante la sfilata tutti i partecipanti venivano rifocillati con fiaschi di vino, salamini e trippa offerti dalla gente del quartiere.
Negli anni subito DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE, anche a Cantù si pensava e si lavorava per ricostruire l’Italia e si cercava di crearsi una vita migliore, dopo le brutture della guerra. I divertimenti erano umili e genuini e quelli del Carnevale iniziavano con la fine di gennaio, quando a Cantù si riprese a festeggiare con il rogo della Giubiana, termine dell’inverno e inizio della bella stagione.
Nella settimana di Carnevale si svolgevano, soprattutto il venerdì grasso, iniziative singole o di gruppi in costume che rappresentavano i cosiddetti “magnani”, spazzacamini vestiti di stracci, decorati e truccati di nero; usavano la fuliggine per il viso e le mani; si bardavano con utensili di metallo per essere rumorosi. Uomini e donne, truccati in modo da non farsi riconoscere e con campanacci assordanti, si recavano presso le osterie e i bar d’allora, dove riuscivano a farsi offrire da bere.
Il giorno dopo, sabato di Carnevale, da tutti i rioni di Cantù partivano carri allegorici, gruppi vari, semplici uomini e donne con abiti e trucchi e si dirigevano in Piazza Garibaldi, dove iniziava la vera festa paesana.
Il corteo, con a capo la banda capeggiata dal mazziere, iniziava a percorrere le vie centrali di Cantù che erano gremite di persone che assistevano alla sfilata. C’era gente che proveniva anche dai paesi vicini, per divertirsi e gustarsi la giornata di festa.
Negli anni del dopoguerra e cinquanta, tutto era utilizzato per divertirsi; non c’erano tante automobili e i cavalli la facevano da padroni, quindi venivano utilizzati anche per il traino dei carri di carnevale; erano bardati con lenzuola colorate e fiori di carta; c’erano anche asinelli e muli. I carri erano quelli che venivano utilizzati in campagna dai contadini, puliti e decorati con addobbi di cartapesta, fiori, stoffe e altri ornamenti. Salivano sul carro personaggi mascherati con costumi fatti in casa.
All’inizio del corteo c’era sempre la banda, numerosa di musicanti, anch’essi in costume carnevalesco che suonavano motivi in voga in quegli anni; davanti alla banda c’era sempre un uomo grande, robusto, sorridente, truccato, il MAZZIERE, che con il volteggiare della sua mazza dava il tempo ai musicanti.
Si tenevano delle belle rappresentazioni: un anno, nel corteo, si ebbero addirittura tutti i partecipanti a un matrimonio, la sposa con lo sposo sopra un calesse addobbato di fiori bianchi, calesse trainato da uno stupendo cavallo bianco; seguiva il corteo con il sindaco, il parroco e tutti gli invitati in costume.
Un altro anno venne realizzata un’enorme balena spinta da uomini e la storia di Pinocchio con tutte le sue comparse.
Nei cortei partecipavano anche i bambini con i genitori.
Durante una sfilata arrivò persino un aeroplano costruito con il compensato, verniciato dai colori originali e pilotato da un bambino, a cui il padre lo aveva costruito. L’aereo veniva spinto a pedali; era leggero, ma aveva quasi le dimensioni di uno vero.
Un altro anno, un rione costruì un carro, forse il più grande costruito fino ad allora, che rappresentava la storia di Pasqualino Marascià , canzone in voga in quel tempo.
Col passare degli anni la gente cominciò ad acquistare a Viareggio mascheroni e costumi già pronti, perché questo consentiva di risparmiare tanto tempo e tanto lavoro.
Questo, però, ebbe una conseguenza molto evidente: i carri divennero sempre più grandi, addirittura giganteschi. Si gareggiava nel renderli più mastodontici e l’unico limite necessario era quello rappresentato dalla larghezza delle strade e dall’altezza dei fili del filobus per Como.
La sfilata si svolgeva secondo un circuito stabilito: Pianella, piazza Garibaldi, via Roma, San Rocco, via Matteotti, piazza Garibaldi ed ancora Pianella.
Tutto ciò continuò fino alla fine degli ANNI SESSANTA quando il celebre Carnevale canturino muore.
L’unica manifestazione presente negli anni successivi sarebbe stata quella dedicata ai bambini che veniva festeggiata al cinema Lux il giovedì grasso, mentre il sabato ci si limitava a passeggiare mascherati.
NEGLI ANNI SETTANTA furono gli Amici del Bar Baffo a riprendere l’iniziativa mascherati da pescatori che spingevano un carretto di pesci. Coinvolsero in questo loro entusiasmo anche altre associazioni, come l’AVIS (nella persona del Sig. Franco Cattaneo), la Polisportiva S. Marco, gruppi di Cascina Amata e Pianella.
PER I SUCCESSIVI VENT’ANNI l’organizzazione è stata curata dalla Pro Cantù la quale ha poi traghettato il tutto all’attuale “Associazione Carnevale Canturino” che ancora la gestisce.
Ricerca storica a cura dell’ arch. Maurizio Guglielmetti